Le mappe e la rappresentazione geografica non sono soltanto semplici rappresentazioni grafiche di un territorio, ma potenti strumenti che influenzano la nostra percezione del mondo e la comprensione degli spazi. La loro storia si intreccia con quella di imperi, esplorazioni e innovazioni tecnologiche: ogni segno tracciato su una carta geografica è frutto di scelte che riflettono valori culturali, ragioni politiche o interessi economici.

Dalla preistoria

Per molti luoghi, vi sono prove certe che i primi a dare i nomi al proprio territorio furono le popolazioni di cacciatori-raccoglitori preistorici e i poi i pastori neolitici chesi avvalevano degli stessi percorsi dei loro
predecessori.

Il territorio riceveva dei nomi che erano indispensabili a queste popolazioni per fissare i punti di riferimento delle loro mappe mentali da tramandare oralmente. Ciascuna popolazione insomma, avrà usato per comunicare
le loro conoscenze le stesse categorie toponomastiche di oggi.

È cosa ben nota a coloro che si occupano di toponomastica che la corretta interpretazione dei nomi dei territori non può prescindere dai nomi degli spazi e dei territori, sono da intendersi come pascoli estivi (malghe) o come luoghi da non frequentare.

Assai raramente, infatti, i popoli pastori imponevano un nome alle nude cime rocciose, prive per essi d’interesse pratico, salvo che non rappresentassero un utile punto di riferimento per la misurazione del tempo.

Altrettanto noto è che i primi mappatori, nella necessità di indicare sulle carte militari ciascuna vetta con un nome, usarono in moltissimi casi quello del pascolo sottostante. Poiché le stratificazioni toponimiche altro non sono che il prodotto degli eventi umani che hanno interessato il territorio nel corso dei secoli, la ricerca toponomastica è pluridisciplinare e interessa più branche delle scienze umane oltre la linguistica: geografia antropica, storia, archeologia, etnografia ecc.

Questa realtà si riverbera dunque sui risultati dell’indagine poiché i suoi frutti sono spesso utili a uno sguardo retrospettivo sulla storia del territorio.

Ad oggi

Oggi, con la diffusione delle piattaforme digitali, il ruolo della cartografia è diventato ancora più centrale, soprattutto per chi – come gli architetti dell’informazione – si occupa di progettare modalità efficaci di ricerca e fruizione dei dati. Le mappe, fisiche o virtuali che siano, non si limitano a descrivere un luogo, ma contribuiscono a definirne l’identità e a orientare il nostro sguardo sul presente e sul futuro.

Tanto che mi ero già occupato, proprio all’inizio dell’avventura di questo blog occupando di geografie emozionali.

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Che cosa sono le mappe in geografia?

Le mappe in geografia sono rappresentazioni semplificate, simboliche e selettive di aree della superficie terrestre. Con l’uso di colori, simboli e scale di riferimento, traducono il mondo reale in un modello visivo che permette di comprendere, studiare e comunicare informazioni su territori, confini, città, risorse naturali e percorsi.

Che differenza c’è tra mappa e carta geografica?

La parola “mappa” è spesso usata in modo generico per indicare qualsiasi rappresentazione grafica di un territorio, anche informale o stilizzata.

La “carta geografica”, invece, si basa su criteri scientifici e tecnici ben precisi, come l’uso di proiezioni cartografiche, scale di riferimento e simbologie standardizzate. In altre parole, ogni carta geografica è una mappa, ma non tutte le mappe hanno la rigorosità metodologica di una carta geografica ufficiale.

A cosa serve la mappa al geografo?

La mappa è uno strumento essenziale per il geografo, poiché lo aiuta a raccogliere, organizzare e interpretare dati relativi al territorio. Permette di visualizzare fenomeni naturali o umani, di mettere in relazione variabili spaziali come altitudine, densità abitativa o risorse idriche, e di comunicare queste informazioni in modo comprensibile. È anche fondamentale per pianificare ricerche sul campo, analizzare tendenze storiche e ipotizzare scenari futuri.

Come si chiama quello che studia le mappe?

La disciplina che studia, produce e analizza le mappe si chiama “cartografia” e chi ne è esperto viene definito “cartografo”.

Il cartografo si occupa di tutti gli aspetti tecnici e teorici legati alla rappresentazione del territorio: dalla scelta della proiezione alla definizione dei simboli, fino alle moderne applicazioni digitali che integrano sistemi di geolocalizzazione e analisi di big data.

Golfo del Messico o Golfo d’America?

La recente discussione sulla modifica di nome del Golfo del Messico in “Golfo d’America” da parte di alcune piattaforme online è un esempio lampante di quanto le mappe siano potenti.

Se è vero che la mappa non è il territorio, è pur vero che chi definisce la mappa esercita un’influenza diretta sulla percezione e sulla narrazione dei luoghi. Non si tratta solo di un disguido cartografico o di una questione semantica, ma di un processo che mette in luce la relazione fra potere, comunicazione e rappresentazione geografica.

Il dibattito sui social

Le persone commentano come i vari servizi digitali – Google, Apple Maps, Bing e persino Google Calendar – stiano reagendo in modi diversi alla presunta iniziativa di cambiare il nome ufficiale del Golfo del Messico,

Alcuni notano che Google mostra entrambi i nomi, altri segnalano che Apple Maps continua a usare solo “Gulf of Mexico”, e c’è chi fa paragoni con altri casi di rimozione o modifica di contenuti su Google Calendar (es. rimozione di alcune commemorazioni o festività non ufficiali).

Mappe digitali

Le piattaforme digitali che forniscono mappe a milioni di utenti ogni giorno si trovano in una posizione delicata: a differenza delle cartografie ufficiali, devono rispondere a criteri tecnologici, commerciali e politici, mantenendo un equilibrio tra la richiesta di aggiornamenti veloci e l’esigenza di autorevolezza.

Che si tratti di un “Golfo d’America”, di un toponimo controverso o di un confine contestato, la scelta di un nome o di una dicitura può trasformarsi rapidamente in questione diplomatica, culturale e persino personale.

Le risonanze di queste decisioni si sentono lontano dal computer o dallo smartphone: nel mondo reale, sui libri di scuola, nelle conversazioni tra i cittadini, perfino nelle dispute legali.

La storia della cartografia

La storia della cartografia è, del resto, un continuo intreccio tra poteri forti e geografie d’ufficio. Chi disegna le mappe ha sempre avuto il controllo di come il mondo veniva raccontato, che si trattasse di imperi in espansione o di stati appena formati.

Oggi, lo stesso avviene in digitale: l’aggiornamento di un toponimo su una piattaforma globale può far pensare che la modifica sia “ufficiale”, mentre in realtà potrebbe essere solo l’effetto di un riflesso commerciale o di una strategia comunicativa. Eppure, a livello percettivo, la differenza tra un’“etichetta” su Google Maps e un decreto ministeriale può diventare sottile: entrambe le cose concorrono a creare l’immagine di un territorio.

Interfaccia verso la realtà

Come architetto dell’informazione, guardo alla mappa non solo come un strumento di orientamento, ma come una vera e propria interfaccia verso la realtà.

Ogni mappa, fisica o digitale, è prima di tutto un sistema di organizzazione dei dati che suggerisce alle persone cosa sia importante e come navigarlo. È un atto di design, nel senso più ampio del termine, perché struttura la nostra esperienza di un luogo.

E non ci fermiamo alle etichette: colori, gerarchie visive, icone e percorsi determinano la facilità con cui ci muoviamo nello spazio fisico. In modo analogo, la scelta di un nome anziché un altro incide su come interpretiamo la storia, la politica e persino l’identità di quello spazio.

È comprensibile, dunque, l’attenzione riservata a ogni modifica geografica, reale o presunta, visto che i nomi e le mappe fanno parte del nostro bagaglio culturale.

Non è un caso se un tempo erano i sovrani a dare il proprio nome a città e territori, come gesto estremo di affermazione del proprio potere. Nel tempo, le convenzioni e la diplomazia si sono evolute, ma la natura simbolica di queste scelte è rimasta fortissima. Anche quando è un algoritmo a scegliere di cambiare nome, o un dipartimento di un’azienda privata a caricare una nuova dicitura, la percezione collettiva del luogo ne risulta inevitabilmente modificata.

La cartografia ufficiale in Italia

In Italia, la cartografia ufficiale fa capo alla Marina Militare, ma in rete la concorrenza tra piattaforme è aperta, con strategie e politiche di naming che spesso sfuggono al controllo statale.

Questo gap tra realtà istituzionale e servizi commerciali crea un nuovo ambito di discussione: ci si chiede chi abbia l’autorità di definire la “verità” di un luogo. Dal punto di vista di un architetto dell’informazione, la riflessione si fa ancora più complessa se consideriamo che ogni rappresentazione è, per definizione, una selezione parziale.

Scegliere cosa mostrare e come mostrarlo è un atto di costruzione di significato, esattamente come l’impostazione di una mappa digitale o di un manuale cartografico per le scuole.

L’importanza delle mappe, in definitiva, non è solo nella loro utilità pratica, ma nel modo in cui influenzano il nostro sguardo sul mondo.

Il fatto che oggi si discuta di un presunto “Golfo d’America” esprime bene quanto le rappresentazioni geografiche possano trasformarsi in centri di conflitti e giochi di potere, fra diplomazie, aziende e opinione pubblica. È un promemoria di come la “mappa” non sia mai neutrale: anche se non è il territorio, agisce su di esso, lo racconta, lo interpreta e, talvolta, contribuisce a cambiarlo.